«Nella descrizione biblica l’esclamazione del primo uomo alla vista della donna creata è un’esclamazione di ammirazione e di incanto, che attraversa tutta la storia dell’uomo sulla terra».
Sembrano le parole di un innamorato… In effetti, il loro autore – san Giovanni Paolo II – ha sempre dimostrato una grande, rispettosa considerazione per l’amore umano e la sessualità coniugale, il cui frutto sarà la “Teologia del corpo” elaborata quando era ancora vescovo di Cracovia e poi ripresa integralmente, una volta diventato pontefice, nelle catechesi del mercoledì. Si tratta di una possente intuizione ancora poco nota persino all’interno della Chiesa, eppure lo stesso papa Francesco l’ha ripresa e valorizzata nell’Amoris laetitia. Con essa si supera la secolare diffidenza della cultura occidentale nei confronti della “carne”: con il cristianesimo il corpo ha cessato di essere “tomba dell’anima” – come sostenevano i filosofi neoplatonici – per tornare a essere “tempio dello Spirito Santo”, secondo la definizione di san Paolo. Così la sessualità diventa “linguaggio”, e il corpo è protagonista di una comunicazione che integra quella fatta di sentimenti e parole. La sessualità è cioè forma dell’indicibile (l’amore nella sua pienezza) e, come tale, risorsa santa e necessaria.
Mi capita spesso di parlarne, con mia moglie, nei corsi prematrimoniali: i fidanzati sono semplicemente entusiasti di questa prospettiva, che sentono come rivoluzionaria rispetto al pansessualismo dominante perché implica un uso consapevole, intelligente ed evoluto della genitalità.
Che non sia un discorso clericale è provato dal fatto che ormai diverse voci laiche mostrano un crescente interesse per questo approccio. L’ultima è quella di Thérèse Hargot. Splendida trentatreenne belga, di professione filosofa e sessuologa, atea dichiarata, è autrice di un libro che, dopo lo strepitoso successo incontrato in Francia, è stato ora pubblicato in italiano con il titolo Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) (Sonzogno, euro 16,50). Si tratta di un saggio molto critico nei confronti dei «nuovi tabù» della società consumistica, che ha esteso il proprio materialismo anche alle relazioni affettive. Chi ne fa le spese sono i più giovani, derubati di quell’incanto amoroso che rende irripetibile la vita: «Ho scritto questo libro – spiega la Hargot a Daniele Zappalà su Avvenire del 1 giugno scorso – perché la maggioranza degli adulti non sono consapevoli della posta in gioco nell’adolescenza» mentre i ragazzi sono «ingozzati di immagini sessuali». Uno dei problemi principali è proprio l’«esplosione dell’industria pornografica» favorita da Internet e dagli altri nuovi mezzi di comunicazione. Così la pornografia è accessibile in ogni momento della giornata e a fasce di età anche molto giovani, sostiene la filosofa (che tra il resto è impegnata in diverse iniziative scolastiche), finendo per condizionare anche la normale pubblicità e la televisione.
La conseguenza è che «il sesso diventa qualcosa che si consuma e l’altro un semplice oggetto di piacere», non una persona dotata di una sua sensibilità profonda, fatta di un «unicum fra corpo ed emozioni». Il problema è proprio questo. Una sessualità usata, consumata in modo compulsivo sino a creare una vera e propria dipendenza, stimolata in mille modi attraverso la pubblicità o mille altre sottili seduzioni. Una sessualità che, detto per inciso, rischia di trasferirsi anche alla vita delle coppie adulte e che alla lunga finisce per stancare.
Che fare allora? La stessa Thérèse Hargot spiega che sinora si è fatta molta informazione, ma «informare non equivale a educare», poiché «educare significa fare in modo che i giovani possano divenire uomini e donne liberi, dunque capaci di scegliere ciò che corrisponde al loro bene». E invece si insiste nel parlare di sessualità nelle scuole solo dal punto di vista dell’igiene (preservativo, pillola…), ma «per gli adolescenti le grandi questioni divoranti sono altre: cosa significa divenire un uomo e una donna? Qual è il senso della vita? Cosa significa amare? Ed essere liberi e consenzienti?». Con la terribile chiosa che «su tutte queste domande l’istituzione scolastica e spesso anche i genitori non trovano il tempo o il modo per fare vera educazione». Non che l’informazione non sia importante, ma essa resta comunque «secondaria rispetto all’educazione».
Proprio per fornire un’educazione integrale, né libertina né bigotta ma responsabilizzante e in grado di aprire gli occhi dei nostri ragazzi alla prospettiva entusiasmante dell’amore, ci sono in Italia diverse realtà e associazioni in grado di aiutare genitori ed educatori. Per esempio il Consultorio familiare onlus di Pavia offre gratuitamente a giovani e coppie (anche adulte!) una Scuola di Biofertilità dedicata all’approfondimento personalizzato degli aspetti naturali della sessualità e delle sue inaspettate risorse.
